[Estratto] Lovers Out of Time – fantasy introspettivo tra amore e mondi paralleli
Giuseppe Galiandro ·
Ciao a tutti!
Dopo aver parlato in un altra discussione, vi lascio un estratto del mio romanzo Lovers Out of Time, una storia sospesa tra sogno e realtà, che mescola elementi fantasy, introspezione e amore attraverso mondi paralleli. Yoru e Hikari sono anime legate da un destino spezzato, che si cercano oltre il tempo e lo spazio, affrontando fratture temporali, ricordi dimenticati e il peso di ciò che è stato. Se vi piacciono le storie malinconiche, misteriose e senza cliché, potreste trovarvi a casa tra queste pagine. L’estratto è tratto dal primo capitolo, in attesa che il libro sia disponibile su Amazon nei prossimi giorni. Ogni feedback è il benvenuto!
Capitolo 1
Il Vuoto nella Luna
"In ogni mondo, ognuno di noi ha una storia da
raccontare. Alcune storie sono semplici, altre
straordinarie. Ma ce n’è una, in particolare, che attendeva
di essere ascoltata. È la storia di un ragazzo... e di una luna
che non dimentica."
Yoru Nagare non era speciale. O almeno, così
credeva. Aveva una vita come tante: un lavoro
stabile, qualche amico con cui condividere birre e
risate, una casa piccola ma accogliente, e una
routine che scorreva come un fiume tranquillo.
Ma dentro di sé… qualcosa non scorreva affatto.
C’era un vuoto. Un nodo che gli serrava il petto
nei momenti più silenziosi. Non sapeva quando
fosse cominciato, né da cosa derivasse. Era
semplicemente lì, come un’ombra che
camminava al suo fianco da sempre.
Aveva provato a riempirlo. Con persone,
passatempi, perfino con notti intere passate a
guardare film o a leggere libri che gli facessero
dimenticare di sé. Ma niente bastava. Così, con il
tempo, aveva imparato a conviverci. Quel vuoto
era diventato parte di lui, come una cicatrice
invisibile. Eppure, c’era una cosa che riusciva a
calmarlo. La Luna.
Di notte, spesso usciva sul balcone del suo
appartamento, si appoggiava alla ringhiera e
rimaneva lì per minuti, a volte ore, con lo sguardo
rivolto al cielo.
La luna e le stelle lo attiravano in un modo strano,
quasi magnetico.
Era come se gli parlassero, come se lo
osservassero a loro volta, sussurrando verità
dimenticate.
Yoru si avvicinò alla ringhiera del suo balcone,
lasciando che le dita si chiudessero lentamente
intorno al metallo freddo. Il gelo del ferro si
insinuò sotto la pelle, salendo lungo il braccio
come un brivido silenzioso. Un brivido che non
veniva solo dalla notte, ma da dentro. Dal cuore.
Inspirò a fondo. L’aria sapeva di mare. Un sentore
salmastro gli solleticava le narici, portando con sé
il suono ovattato delle onde che si infrangevano
contro la chiglia dei pescherecci in lontananza.
Sembrava quasi che il mondo stesse dormendo,
tranne lui.
Si passò una mano tra i capelli biondo scuro,
arruffandoli distrattamente, poi lasciò andare un
lungo sospiro, uno di quelli che non servono a
svuotare i polmoni, ma l’anima. «Finalmente…»
mormorò appena, con voce stanca, quasi un
pensiero ad alta voce.
La brezza notturna gli accarezzò il viso con dita
leggere, sollevandogli il bordo della maglietta. Lo
fece rabbrividire appena. Non era un freddo
sgradevole, ma uno di quelli che ti fanno sentire
vivo. Presente.
Eppure, dentro di lui… quel vuoto. Sempre lì.
Un’assenza senza nome che scavava silenziosa.
Alzò lo sguardo, la luna era lì, come ogni notte.
Ma stavolta… era diversa. Piena. Luminosa. Ma
soprattutto… viva. Sembrava pulsare. Respirare.
Vibrava di una luce bianco-latte che gli colpì le
pupille, ma invece di accecarlo lo attirava, come
un richiamo sussurrato tra i sogni.
Yoru rimase immobile, con gli occhi verdi
spalancati su quel disco etereo sospeso nel cielo.
Il tempo si appannò intorno a lui, come se il
mondo avesse premuto il tasto “pausa”. Non c’era
più nulla: né palazzi, né rumori, né pensieri. Solo
lui. E la luna.
Qualcosa gli pizzicò gli occhi. Un bruciore strano.
Lacrime.
Non era abituato a piangere. Nemmeno quando
avrebbe voluto. Quel tipo di dolore si era sempre
manifestato in silenzio, come un nodo fisso nello
stomaco. Ma ora… ora sentiva le lacrime lì, sul
bordo. Come se la luna avesse toccato qualcosa
dentro di lui che lui stesso aveva dimenticato.
«Perché?» sussurrò, la voce rotta.
Abbassò appena la testa, ma lo sguardo rimase
fisso. «Perché sento tutto questo… e non so
neanche cosa sia?»
Non si aspettava risposte. Ma qualcosa, nel
profondo, gli fece sentire che non era solo. Come
se quella luna… lo stesse davvero ascoltando.
Rimase lì, in silenzio, sospeso tra il dolore e la
meraviglia, finché un lampo di luce tremolante lo
distrasse. Una strana luminescenza si rifletteva
sul muro accanto, un bagliore freddo e bluastro
che non apparteneva alla luna né alla città. Yoru
si voltò lentamente. E lo vide. Un taglio nell'aria.
Un’apertura, come una crepa nel tessuto stesso
del mondo. La luce che ne filtrava era quasi
liquida, bianco-bluastra, e si muoveva come se
avesse un battito. Un’energia viva. Da lì…
proveniva un suono flebile. Una voce.
No, un mormorio. Dolce. Irresistibile.
Il suo cuore accelerò. Ogni fibra del suo corpo
urlava di fuggire… eppure un’altra parte, più
profonda, più vera, lo spingeva a restare. A
toccare quella luce.
Fece un passo avanti. Poi un altro.
La mano tremava quando la sollevò. Il dito sfiorò
il bordo dello squarcio.
E allora accadde.
Una luce esplose. Un istante eterno.
Poi il vuoto.
Un vortice nero lo inghiottì, e Yoru sentì il mondo
strapparsi via da sotto i piedi, mentre l’oscurità lo
avvolgeva…
E la luna spariva.
L’oscurità era densa. Liquida. Sembrava di
nuotare dentro l’inchiostro dei sogni, mentre il
corpo di Yoru fluttuava, senza peso né direzione.
Non sentiva più le mani, né i piedi. Solo la testa…
che vorticava come un’elica impazzita.
Poi, all’improvviso, uno schianto.
Il freddo dell’asfalto gli aggredì la guancia come
una fucilata, strappandolo a forza da quel vuoto.
Il colpo gli tolse il fiato per un secondo. Gemette
piano, cercando di muoversi, mentre la sua
mente arrancava per dare un senso a ciò che
stava vivendo.
S’aprì gli occhi a fatica. La luce del giorno lo colpì
con violenza, costringendolo a strizzare le
palpebre.
Giorno?
Il cuore gli diede un sussulto.
«Era notte… un attimo fa.»
Le parole gli rimasero in gola, sabbiose, mentre
si tirava su lentamente.
Si trovava in un vicolo stretto, circondato da alti
palazzi dai colori spenti. I mattoni sembravano
familiari, le scritte sui muri… le riconosceva. Era
vicino casa sua. O almeno… così gli sembrava.
Ma c’era qualcosa di Stonato. Qualcosa che
non riusciva a nominare. Come se ogni
dettaglio fosse appena… fuori posto.
Troppo pulito.
Troppo nitido.
Troppo altro.
Fece qualche passo barcollante verso la fine del
vicolo, reggendosi alla parete come se avesse
appena imparato a camminare. Il sole filtrava
tra i tetti, caldo sulla pelle, quasi fastidioso dopo
tutta quell’oscurità.
Sbucò sulla strada principale. I rumori della città
lo travolsero di colpo: clacson, voci, passi. Tutto
era normale… eppure nulla lo era.
Stava ancora cercando di capire dove fosse
finito, quando un suono stridulo lo scosse: il
rombo di un motore che si avvicinava troppo
veloce.
Si voltò di scatto. Nessun veicolo in vista.
Solo il rumore, come un’eco che rimbalzava nel
petto.
Poi, alla sua sinistra un camion sbucò da una
curva, sfrecciando a velocità folle lungo la
strada. Troppo veloce per essere in città.
Troppo pericoloso.
Yoru si fermò, pronto a lasciarlo passare.
Fu allora che la vide.
Dall’altro lato della strada, una ragazza con due
sacchetti della spesa tra le braccia, assorta nei
suoi pensieri, stava per attraversare.
Il sole le disegnava riflessi argentati tra i capelli
lunghi, eppure lei non sembrava accorgersi del
camion in arrivo.
«Ehi!» gridò Yoru, d’istinto. «Attenta!»
Nessuna reazione.
Forse ha le cuffie…
Senza pensarci, il corpo si mosse da solo.
Attraversò la strada di slancio, il cuore che
batteva come un tamburo nella gabbia toracica.
Non era il tipo da gesti impulsivi. Eppure…
qualcosa lo spinse. Qualcosa di più grande, di più
forte. Non importava cosa gli sarebbe successo.
Doveva solo raggiungerla.
In un istante, fu davanti a lei.
La ragazza alzò lo sguardo, sorpresa. I suoi occhi
azzurri incontrarono i suoi.
E il tempo si fermò.
Per un attimo irreale, il mondo smise di girare.
I rumori svanirono.
Il sole sembrò rallentare la sua corsa.
E nei loro sguardi - un riconoscersi senza
memoria.
Poi, il battito del mondo riprese.
Yoru le afferrò un braccio e, con un gesto
istintivo, la spinse all’indietro. Si voltò appena in
tempo per parare l’urto del marciapiede col
proprio corpo, proteggendola con un abbraccio.
Caddero insieme.
Il camion sfrecciò alle loro spalle, senza
nemmeno rallentare.
Il cuore di Yoru martellava. Sentiva il fiato corto, il
dolore pulsare nel braccio destro dove aveva
assorbito l’impatto. Ma non se ne curava.
La ragazza era tra le sue braccia. E stava bene.
«Stai bene?» chiese, ansimando.
Lei lo guardò, ancora scossa. «Io… io sì… Grazie.
Davvero.» La sua voce era dolce, tremante.
Yoru si tirò su a fatica. Solo ora notò il sangue
che gli colava lentamente dal braccio, tinto di
rosso e polvere.
Ma anche quello… sembrava lontano.
Lei si alzò con lui, osservandolo. Gli occhi azzurri
si posavano sul volto di Yoru con un’espressione
confusa e meravigliata.
Poi, la ragazza disse:
«Ti sei fatto male… tutto questo per me?»
Gli prese il braccio con delicatezza, mentre lui
cercava di sorridere.
«Non preoccuparti. Casa mia è qui vicino. Niente
di serio.» Ma il dolore c’era. Lo sentiva.
Lei lo fissò per un istante.
Poi scosse la testa.
«Anche casa mia è qui vicino. Lascia che ti aiuti.
Ti prego. Lasciami almeno questo.»
Yoru la guardò. E per un attimo, provò una
strana sensazione.
Un battito lieve, nascosto nel vento.
Come se l’avesse già vista. Come se quel
momento…
…fosse già accaduto.
E nel silenzio, nella brezza che attraversava la
strada, un mormorio appena percettibile si
insinuò tra le pieghe della realtà.
Dolce, Irresistibile. Come un'eco dimenticato che
lo chiamava.
Il suo respiro si fermò per un istante.
Forse, loro due non si erano mai smarriti.
Forse, il tempo li stava solo riportando a casa.