Deformazione professionale scrittore/lettore

greenintro ·

Avevo curiosità di aprire una discussione riguardo questo argomento, su quanto l'abitudine a scrivere condizioni anche il modo di leggere. Io non scrivo di narrativa, eppure, forse in quanto frequento persone che scrivono e ambienti come forum o gruppi di lettura, mi capita di riflettere sull'idea di letteratura in generale e sul lavoro dello scrittore, e mi accorgo che spesso, quando leggo una storia, di fronte a determinati passaggi, frasi a effetto particolarmente argute, tenda a evadere col pensiero dal coinvolgimento nella storia per accorgermi dell'abilità dello scrittore, che, suppongo avrà ben pensato, scrivendo in quel modo, di produrre un determinato effetto retorico sul lettore. Ciò porta, per un verso, a motivare un'ammirazione per le doti dello scrittore, a scapito però del coinvolgimento emotivo nei confronti della storia, nei cui confronti si sviluppa una tendenza a uscire di frequente, smarrendo la cosiddetta "sospensione dell'incredulità" che è ciò (lo si vede anche nel cinema o a teatro) che genera l'empatia con le vicende dei protagonisti. Sempre più l'attenzione fuoriesce dall' "incanto" per cui si vive ciò che si legge come se fosse reale, dimenticando in una certo senso che si tratta di finzione, per recuperare il rapporto con la realtà, cioè col fatto che quello che si legge è il prodotto di una abilità, di una serie di trucchi di qualcuno, lo scrittore, in carne e ossa. Viene persa un pò la magia del racconto, perché cresce la consapevolezza della realtà che alla magia sta dietro. Il pensiero "come è stato abile l'autore ha inventarsi quel modo di dire!" finisce col sovrapporsi, oscurandolo, a quello "Oddio, cosa succederà a quella persona!"

Se a me, non scrittore di narrativa, capita di accorgermi di questa cosa, pensavo, a maggior ragione, potrebbe essere un fenomeno vissuto da chi di narrativa scrive quando legge, cioè lo sviluppare una tendenza ad accorgersi dei trucchi del mestiere dei colleghi, spostando l'attenzione verso di essi a scapito dell'empatia nei confronti della storia, che si finisce col vivere meno "dall'interno" e più dall'esterno, assumendo il punto di vista del collega autore, sulla base di una deformazione professionale. Spero di aver esposto il punto con chiarezza.

Risposte

Desy Icardi ·

Sì, mi capita spesso, ma se esco dal flusso narrativo per una frase, un periodo ben riuscito, un espediente narrativo intrigante, me lo gusto e subito mi rituffo nella storia, un po' come quando nel gelato ai frutti di bosco  incontri un mirtillo bello cicciottello, cosa che non ti distrae dal gelato, ma semmai te lo fa apprezzare di più. Accade il contrario quando trovo formule  pedanti, stantie, troppo arzigogolate o ridicolmente  autocompiaciute, allora è come se nel gelato trovassi un pezzo di ghiaia. E che fai se trovi un pezzo di ghiaia nel gelato? Ovviamente lo butti via e se sei ancora in vena, ne prendi un altro.

Una volta ero una lettrice che finiva ogni libro cominciato, oggi ho una catasta (metaforica, perché leggo ebook) di libri interrotti. Non che ne vada fiera, ovviamente.

Salvatore Russotto ·

E sei stato anche particolarmente politically correct. A me è capitato di vedere delle mancanze da parte degli autori, ovviamente non da parte di autori come Tabucchi o Pennac. Parlo di autori dilettanti come me.

La prima cosa che ho notato è l'abuso delllo Show don't tell, una tecnica narrativa che si sipiega chiaramente con il suo nome e che io adoro ma va usata nella giusta misura.

Poi anche a me, talvolta, capita quanto tu hai descritto (molto bene, giusto per rispondere al dubbio che hai espresso in chiusura del post). Sia con la scrittura che con la recitazione. E le due cose si fondono nel cinema e nel teatro (il mio primo scritto è stata una commedia teatrale), quando riconosco un meccanismo narrativo tipico di alcune sceneggiature spesso mi perdo l'effetto che certi meccanismi vorrebbero ricreare perché lo anticipo.

Ma credo che capiti con tutto, un po' come quando in uno sport si riesce ad anticipare la mossa dell'avversario grazie all'esperienza. Credo che sia una cosa da mettere in conto in quanto non si può evitare.

Ad esempio, in un film come Il padrino dove si vuole accentuare il crescendo di tensione, si crea una situazione normale che all'ultimo viene modificata. La persona che è soggetto della modifica sarà la vittima designata dell'omicidio che ha da venire. questo meccanismo viene anche riutilizzato nello stesso film dove un personaggio, vedendosi interessato dal cambiamento dell'ultimo minuto, capisce immediatamente cosa sta per accadere e chiede di essere graziato.

greenintro ·

Su questo mi appello a uno dei diritti dei lettori di Pennac, il diritto di non finire i libri. Il tempo delle nostre vite è limitato, per cui non ci vedo del male, se una volta che un libro, una storia, un argomento, non ci ha preso di lasciarlo là, di modo da riservare più tempo alle letture che, più probabilmente dal nostro punto di vista, avvertiamo come più interessanti.

Tornando al punto centrale della discussione, questa mia riflessione l'ho condivisa con un mio amico scrittore, che mi ha risposto dicendo che questa attitudine di inserire effetti retorici, frasi a effetto, sarebbe tipica della letteratura americana, che poi sta negli ultimi tempi, con suo grande cruccio, colonizzando un pò tutta la letteratura contemporanea, anche in Europa. Sarebbe tipico infatti della cultura e della forma mentis americana e anglosassone, prediligere uno stile molto paratattico, frasi brevi, funzionali a produrre un effetto spettacolare, anche indipendentemente dal contesto generale di una racconto, climax, parole che devono in qualche modo "rimbombare" nella mente del lettore, quando invece la grande bravura degli scrittori europei/continentali europei, tra Ottocento e Novecento (francesi, russi ecc.), stava nella capacità di attenersi a uno stile che rimane costante per tutto il libro, al punto da abituare il lettore a vederlo come un continuo sottofondo, senza troppi "sbalzi", picchi, che portino il lettore a uscire dall'emotività della storia per accorgersi dei punti specifici entro cui l'autore ha scelto di produrre un determinato effetto. Per come penso di aver inteso il suo discorso, sono d'accordo con lui. Personalmente penso che la bravura di uno scrittore sia proprio nel "nascondersi", il più possibile, portare il lettore a dimenticarsi di stare leggendo qualcosa che è stato scritto da qualcuno in carne e ossa, saper nascondere i suoi trucchi all'interno di uno stile che è un continuum che avvolge tutta la storia nel suo complesso, senza che lo si interrompa finendo con l'evidenziare i singoli punti della narrazione in cui è stata scritta una determinata frase, magari di per sé scritta con grande arguzia, ma che si nota bene sia stata inserita per mostrare le sue doti, per farsi apprezzare dal lettore. Il bravo scrittore secondo me cioè è colui che porta il lettore a dimenticarsi che sta leggendo un libro mentre lo sta leggendo, a perdersi nella storia come se la vivesse in prima persona, evitando in tutti i modo di riportarlo di tanto in tanto alla realtà della consapevolezza di star leggendo qualcosa che è il prodotto di una studiata tecnica. Il lettore va visto come un visitatore di un museo, ai musei si va per vedere i quadri, le sculture, non gli scalpelli e gli acquerelli (cioè, sì, esistono anche gli atelier dove esporre gli strumenti del mestiere, che possono essere attrattivi per chi coltiva un interesse specifico per le tecniche artistiche, ma si tratta di un contesto a parte, che non toglie e non aggiunge nulla al visitatore comune che vuole solo godere di qualcosa di bello).

Desy Icardi ·

Grazie per la discussione stimolante greenintro; potresti farmi un esempio di scrittori americani o inglesi che utilizzano gli effetti retorici ai quali ti riferisci, per favore?

Se sia meglio stare nascosti o meno, detto da una scrittrice "immersiva", che punta al pieno coinvolgimento emotivo del lettore, a mio avviso non esiste una risposta.

C'è chi ti fa immergere, chi ti spiazza facendo capolino tra le pagine, chi punta al naturalismo, chi allo straniamento; ma se sia meglio una cosa o l'altra è una disputa già ampiamente affrontata - con esito non unanime - non solo in campo letterario ma pittorico, teatrale, coreutico, musicale (e un sacco di eccetera), sin dal  diciottesimo secolo e probabilmente anche prima.

Non credo che uno dei due approcci sia più legittimo o efficace dell'altro. 

Come lettore, poi, ognuno ha il diritto di scegliere se lasciarsi avvolgere o straniare; personalmente apprezzo entrambe le sensazioni

greenintro ·

Il riferimento alla letteratura anglosassone non è mio, ma del mio amico, che legge narrativa molto più di me, mentre prediligo nettamente nelle letture di saggistica. Per questo non mi sento di fare esempi specifici, mi fido alle conoscenze in merito del mio amico, posso dire che, in effetti, questa riflessione ha cominciato a maturare in modo più "sistematico" nella mia mente nel corso della lettura di un autore americano come Stephen King, "Misery" (che peraltro mi è piaciuto moltissimo", durante la quale una certa frase (preferirei evitare di citarla, anche per non dare indizi spolier a chi non l'avesse ancora letto), mi ha colpito per la sua arguzia, al punto da farmi pensare a quanto l'autore l'abbia ben studiata, consapevole che avrebbe potuto suscitare ammirazione nel lettore. Difatti, come lettore, l'ho molto ammirata, e al contempo ha suscitato in me la riflessione su quanto in certi casi si finisca con l'essere portati al di fuori del coinvolgimento emotivo e dalla magia del racconto per spostare l'attenzione sul lavoro dello scrittore. Poi capisco benissimo anche che un romanzo come "Misery", il cui protagonista è per l'appunto uno scrittore, il tema del lavoro dello scrittore stia al centro del romanzo stesso, deve per forza correre il rischio di un "cortocircuito" fra l'idea di scrittore come personaggio di una storia e lo scrittore reale che sta dietro e che, inevitabilmente proietta parte di se stesso, della sua visione della letteratura nel suo personaggio/"collega". E tutto sommato, al netto di singoli punti, King è bravissimo a non far pesare più di tanto la cosa.

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