Deformazione professionale scrittore/lettore
greenintro ·
Avevo curiosità di aprire una discussione riguardo questo argomento, su quanto l'abitudine a scrivere condizioni anche il modo di leggere. Io non scrivo di narrativa, eppure, forse in quanto frequento persone che scrivono e ambienti come forum o gruppi di lettura, mi capita di riflettere sull'idea di letteratura in generale e sul lavoro dello scrittore, e mi accorgo che spesso, quando leggo una storia, di fronte a determinati passaggi, frasi a effetto particolarmente argute, tenda a evadere col pensiero dal coinvolgimento nella storia per accorgermi dell'abilità dello scrittore, che, suppongo avrà ben pensato, scrivendo in quel modo, di produrre un determinato effetto retorico sul lettore. Ciò porta, per un verso, a motivare un'ammirazione per le doti dello scrittore, a scapito però del coinvolgimento emotivo nei confronti della storia, nei cui confronti si sviluppa una tendenza a uscire di frequente, smarrendo la cosiddetta "sospensione dell'incredulità" che è ciò (lo si vede anche nel cinema o a teatro) che genera l'empatia con le vicende dei protagonisti. Sempre più l'attenzione fuoriesce dall' "incanto" per cui si vive ciò che si legge come se fosse reale, dimenticando in una certo senso che si tratta di finzione, per recuperare il rapporto con la realtà, cioè col fatto che quello che si legge è il prodotto di una abilità, di una serie di trucchi di qualcuno, lo scrittore, in carne e ossa. Viene persa un pò la magia del racconto, perché cresce la consapevolezza della realtà che alla magia sta dietro. Il pensiero "come è stato abile l'autore ha inventarsi quel modo di dire!" finisce col sovrapporsi, oscurandolo, a quello "Oddio, cosa succederà a quella persona!"
Se a me, non scrittore di narrativa, capita di accorgermi di questa cosa, pensavo, a maggior ragione, potrebbe essere un fenomeno vissuto da chi di narrativa scrive quando legge, cioè lo sviluppare una tendenza ad accorgersi dei trucchi del mestiere dei colleghi, spostando l'attenzione verso di essi a scapito dell'empatia nei confronti della storia, che si finisce col vivere meno "dall'interno" e più dall'esterno, assumendo il punto di vista del collega autore, sulla base di una deformazione professionale. Spero di aver esposto il punto con chiarezza.