Presentazioni. Servono o non servono?

Come preannunciato nella discussione relativa a pseudonimi e nomi d'arte, ne apro un'apposita riguardo alle presentazioni, affinché ciascuno possa esprimere il proprio parere.
Quesito primario: servono o non servono a vendere più libri e a far conoscere l'autore e la sua opera?
Parto con la mia personale e lapalissiana risposta: servono, e anche molto, se sono bene organizzate e gestite.
A volte servono, a dire il vero, anche quando sono organizzate e gestite male, ma per altri fattori che sarebbe lungo sviscerare in questa sede.
Per non parlare in astratto, riporto il caso della mia ultima presentazione pre-covid, nel dicembre 2019, organizzata in una galleria d'arte, luogo di solito non proprio adattissimo a eventi del genere, e non eccessivamente capiente. 
Passa parola sui social, qualche messaggio via whatsapp e puntuali all'appuntamento - anche molto in anticipo, direi - si presenta una cinquantina di persone. Saluti di rito a coloro che conosco - meno di un quarto dei presenti tra amici  e conoscenti (niente parenti) - e saluto più veloce per tutti gli altri.
Inizio proiezione slides alle ore 21,15, dopo il classico quarto d'ora accademico per sistemare al meglio il proiettore, e termine alle ore 22,00, perché cerco di andare il più veloce possibile: niente sbadigli, comqunque, nonostante si tratti di un venerdì sera dopo una settimana di lavoro, né fughe impreviste.
Finite le slides, risaluto tutti con l'intenzione di mandarli a casa: se vogliono prendere il libro - chi già non ce l'ha, ovvio - bene, altrimenti bene lo stesso. 
Niente da fare, non mi lasciano andare. Nonostante non abbia sollecitato alcuna domanda, le domande arrivano a raffica, una dopo l'altra. C'è chi ne fa addirittura tre e vorrebbe farne una quarta, ma gli altri reclamano per il proprio turno e lo zittiscono.
Finisco alle 23.00. Nessuno ha sbadigliato, nessuno se n'é andato, neanche questa volta e, prima di uscire, in molti mi rimproverano: "Perché non hai parlato più a lungo?". "A me pareva anche troppo", rispondo.
Comincia il rituale del firma copie e, tra un saluto e un supplemento di spiegazione individuale, arriva mezzanotte.
Quando gli ultimi ospiti se ne vanno, rimane lo staff della CE  e la titolare della galleria. Cominciamo a così smontare il proiettore e a ritirare il materiale, e ci accorgiamo che ci siamo perfino scordati di offrire il prosecco che avevamo messo in fresco.
Poco male, ce lo beviamo noi. Non tutto, però, perché poi dobbiamo guidare fino a casa.

Risposte

Mattia Alari ·

Ne avrò viste di simili... una dozzina. Ma addirittura con un proiettore... io sarei morto!
Più di una volta sono fuggito perché era davvero troppo vedere l'autore fare la lezione oppure subire la noiosissima intervista allo sconosciuto con il prof/esperto di turno che "introduceva" (..) il lavoro facendone le lodi. Il punto di vista del protagonista dello show e dello spettatore poi, non sempre coincidono. Anche dopo la peggiore delle presentazioni che ho visto, se fosse stato chiesto all'autore come era andata... avrebbe detto qualcosa di simile a ciò che hai detto tu.
Quindi... perdonami, e non sto mettendo in dubbio nulla di quello che hai raccontontato, ma credo che il tuo pubblico fosse molto motivato ad ascoltarti a causa dell'interesse particolare (magari "settoriale") per ciò di cui parlavi ma... NORMALMENTE tutta questa attenzione paziente, tutto questo entusiasmo, tutto questo super interesse "no, non andare via... parla altre tre ore!" si verifica solo nei sogni dell'autore. Nella realtà, la gente sviene di noia e non vede l'ora che finisca, spesso senza neanche prendere il libro. E probabilmente tu hai contatti migliori e più numerosi per vari motivi, ma novantanove volte su cento l'autore "non famoso" non conosce abbastanza persone da schiaffare in una sala per la sua presentazione e chiama cugini fino al terzo grado (e così fa pure l'editore, poveraccio, per non ritrovarsi la sala vuota).

Per fare presentazioni ci vuole un certo tipo di carattere, per scrivere non è detto che serva. Anzi.
Bisognerebbe chiarire che un buon autore può non avere nessuna voglia di intrattenere il pubblico con lezioni o interviste (un po' patetiche) o considerazioni critiche sul proprio lavoro che vanno fatte da altri e secondo me non sbrodolandole sullo scrittore.
Comunque io sono uno dei pochi schietti che dice che alle presentazioni NON CI VA più. Neanche pregato. Mai vista una interessante e si somigliano un po' tutte: soporifere. Anche se secondo editore e autore è stato sempre "interessante e nessuno si è MAI annoiato".

Mattia Alari ·

Si... probabilmente. Ma non ora. Vedi, io sono un "impavido" e sono partito per la Scozia senza parlare una parola d'inglese e a quarant'anni. Ora mi ritrovo, dopo due anni e mezzo, tra un b2 e un C1 (farò l'esame tra qualche mese) non certo quindi a livello di eccellenza, anche se i miei insegnanti dicono che stranamente ho "stile". Ma capirai! Sono all'alba.

Scusa.  non ho capito... Ho letto bene? "Subirle"?  D'accordo che molti si lamentano di vivere in uno Stato non troppo democratico, ma non mi è ancora giunta notizia di gente obbligata ad andare alle presentazioni dei libri. A te risulta? 
Se una persona non ha abbastanza carattere da opporre un rifiuto a un invito di qualsivoglia genere, sai che ti dico? Peggio per lui, o per lei, se dopo si annoia. Di gente che entrava in sala con una pistola puntata alla testa o un AK-47 che gli premeva sulla schiena io non ne ho mai vista.

sefora ·

Mah, in medio stat virtus, per ricorrere alle citazioni scontate. Le presentazioni, penso, non vanno glorificate e neppure aborrite.  Ho un buon ricordo di quelle, non tante, organizzate per i miei tre libri. Peraltro "giocavo in casa" e su invito di biblioteche o associazioni culturali della  zona, che è anche  quella di ambientazione dei romanzi. C'erano un po' di amici e parenti, ma molti dei presenti mi erano sconosciuti. Certo, lo scopo primario è pubblicizzare/vendere il libro, ma se ben condotte funzionano e non riescono così noiose. Peraltro, anche per età e formazione, escludo a priori di organizzarle in autonomia. Lo schema "classico" prevede un conduttore che dialoga con l'autore, alcune  letture, eventuali proiezioni, e infine le domande del pubblico. L'ultimo è spesso il punto debole, poiché pochi hanno già letto il libro, anzi sono lì per comprarlo se abbastanza interessati e coinvolti. Oltre al conduttore capace, è bene assicurarsi in precedenza almeno un paio di interlocutori informati: la conversazione si avvia e può riuscire  più stimolante di quanto ci si aspettava. Altro discorso, mi è capitato una volta, se si  è invitati da un gruppo di lettura, che conosce il libro e vuole parlarne con l'autore. Un'esperienza davvero gratificante.

Io ho un bellissimo ricordo dell'unica presentazione che sono riuscita a fare, per ora. Non tanto per le copie vendute, ma per le sensazioni legate alla comunicazione e al fatto di essere esattamente dove avrei voluto e come avrei voluto. La domanda è se le presenzazioni servono, e una cosa può servire in molti sensi. Le presentazioni  sono, dovrebbero almeno essere, essenziali, perchè rappresentano, almeno per me, appunto l'essenza del piacere di comunicare, di una comunicazione espansa e attiva, che si modifica di momento in momento grazie alle domande e che non resta rinchiusa nelle sensazione autonome che si possono avere dalla lettura solitaria.

Naturalmente può essere che non tutte siano alla stessa stregua, in quel caso stando dalla parte di chi presentava e aveva un interesse particolare, ho avuto delle emozioni precise perchè tutto corrispondeva. Potevo dirigere il flusso. Altre volte non è stato così, ho assistito a presentazioni "tiepide", o trattenute, o dove mi è sembrato di sentire delle banalità, perchè il carattere del relatore era diverso dal mio e così il suo porsi e il suo discorrere. Magari anche io avrò detto qualcosa di banale quella sera, chi lo sa.

Però ho notato che se c'è un nome che appena tira quasi nessuno fa caso a un discorso banale e lo si vede dalle domande. Ho anche notato che raramente la gente esce di casa per gli sconosciuti, per autori di CE minori. C'è poca curiosità sia nelle domande che nel resto. Ma questo penso dipenda in parte anche dal libro presentato, ogni libro ha il suo pubblico. Purtroppo da noi le presentazioni sono ancora ad uno stadio infantile, cioè devono crescere. Ci si va poco e quando lo si fa in genere si deve avere una ragione che dia sicurezza: o un parente, o l'autore conosciuto o l'amico. Andarci perchè è una presentazione e potrebbe riservare qualcosa? Quel giorno il nostro paese inizierà a cambiare.

Mattia Alari ·

Non sono un vanitoso che vuole essere pubblicato per forza. Non pagherei mai una casa editrice, il self è dignitoso ma questo MAI. E penso, sinceramente, di non fare così schifo da meritarmi una cosa del genere che definisce un autore come "scarso" a priori.

Non per mettere in dubbio le tue esperienze ma quante generalizzazioni in poche righe... Nessuno nega la tua noia alle presentazioni ma, per favore, non farne una regola. Tu ti annoi, @Wanderersi annoia, tanti altri si annoieranno sicuramente (chissà perché poi andranno alle presentazioni) ma non siate così "presuntuosi", non siete rappresentativi di una maggioranza. Per noi le presentazioni sono essenziali, vengono, alcune volte di più, altre meno persone, ma sono sempre interessate e qualche amico ci può pure essere ma la maggioranza delle persone sono presenti perché interessate e, quasi sempre, il proprietario della libreria ci deve cacciare per l'orario... Non ne faremmo altrimenti, anche perché organizzarle non è una passeggiata...

No, se non c'era il proiettore, mi spiace contraddirti, ma allora non puoi affermare di averne viste di simili.
E ti ringrazio sulla fiducia a prescindere, visto che nemmeno hai provato a capire come si svolgesse in concreto l'evento.
Comunque le slides non riguardavano certo il romanzo in sé - avrò detto una mezza dozzina di parole in tutto su quello - ma il contesto storico in cui è ambientato. E credimi, la gente ha fame di storia, a qualsiasi età e a prescindere dal contesto sociale, se è raccontata come dio comanda.
A titolo di cronaca, ti informo che, da giornalista, facevo presentazioni ben prima di cominciare a scrivere romanzi e anche in veste di moderatore (dammi pure del presuntuoso) ai miei eventi la gente non s'è mai annoiata. Perché? Semplicemente non permettevo che accadesse. Le domande all'autore erano sempre frequenti, incalzanti e anche imbarazzanti, in certi casi.
Da autore ho seguito la stessa linea e da editore pure.
Le uniche presentazioni noiose alle quali ho assistito? Quelle in cui, fidandomi ingenuamente (avevamo aperto da poco la CE), ho lasciato carta bianca agli autori nell'organizzazione: errore che non commetterò mai più.
Però se a te annoiano a prescindere, fai benissimo a non andarci.
Sappi però che anche le grandi case editrici, che di sicuro ne hanno meno bisogno rispetto alle piccole e medie, pretendono che i loro autori partecipino a un certo numero di presentazioni. E non credo che lo facciano solo per deprimere gli insofferenti, quale tu dichiari di essere. Lo fanno per vendere libri, che, forse ogni tanto ce lo dimentichiamo, dovrebbe costituite l'obiettivo comune sia dell'autore, sia dell'editore.

Mattia Alari ·

Io non sono una persona presuntuosa. Ma ho un carattere piuttosto sicuro e sono anche terribilmente sincero, quindi... Diversamente da quello che fa la media delle persone, io dico solo quello che penso davvero e fregandomene delle conseguenze. Nel mio caso, l'età non mi ha affatto insegnato ad essere più diplomatico, anzi. E mi va bene così.
Avere opinioni forti ti rende sempre "indigesto" per qualcuno.
Mi si dovrebbe comunque riconoscere che esprimendomi molto chiaramente, faccio l'opposto di quello che fanno moltissimi lecchini perché a me non interessa "lisciare il pelo" a nessuno o cercare di essere particolarmente simpatico alla gente per secondi fini. Un'altra cosa che vi è nelle mie opinioni è RISPETTO per chi ha un parere diverso dal mio.
Diversamente dai veri presuntuosi.

So di urtare sia te che Alex nel dire certe cose, lo so. Ma non intendo offendere nessuno di voi o mettere in dubbio i vostri risultati o la vostra professionalità. Parlo però di quello che vedo e onestamente... la gente chiamata a raccolta dell'autore oscuro (i parenti e conoscenti di fortuna) durante le presentazioni si taglia le vene sempre e non accettare che MEDIAMENTE <-- sia così... è forse la vera presunzione (quella di chi organizza gli eventi pensando siano riusciti anche quando non lo sono).
Prima di dire che le presentazioni non mi piacciono ne ho viste moltissime. Prima di dire chi vi partecipa e come, vi ho partecipato e spesso è stato divertente solo osservare chi fosse presente con me.
Ho pure detto che capisco il vostro punto di vista o quello di chi trova la cosa bella e divertente, ma la domanda alla fine resta sempre quella: un autore, per proporsi, deve avere una famiglia numerosa e una pagina con migliaia di fan all'attivo? Perché, onestamente, io ho visto persone vendere <--- così anche senza presentazioni e con i self!
Mi aspetto che una CE abbia differenti modi per promuovere i suoi autori (anche venendo incontro alle loro diverse esigenze) altrimenti mi chiedo davvero cosa ci sia di diverso dal pubblicare da soli. Si badi bene (lo specifico prima che arrivi una trita accusa al proposito) che non sto affatto dicendo che l'autore debba scaricare tutto addosso alla CE, per nulla. Anzi. Deve promuovere sé stesso e sostenere il suo lavoro ma... La presentazione, onestamente, potrebbe non essere fisicamente praticabile (ad esempio) per un autore. Quindi bisogna pure essere... A tiro (non vivere all'estero, ad esempio) sani, piacevoli, e possibilmente di bell'aspetto, per pubblicare?

Come ho detto in altre discussioni io sostengo che NESSUNO debba essere un problema per un altro. Mai.
Il mio punto di vista al proposito è molto chiaro come il fatto che penso che l'essere scelti da una casa editrice sia ben diverso dal fare self e di ben altro valore. Resto però convinto che una casa editrice possa fare qualcosa di più di quanto un autore di self può fare e ancora più del fatto che uno scrittore possa spingere il proprio lavoro anche solo parlandone in giro, come mi è capitato di fare. Ripeto: intervenendo in una discussione al proposito del quale sto scrivendo un saggio, leggendo il mio post mi era stato già chiesto dove acquistare il libro.
I tempi stanno cambiando, questo tipo di comunicazione con il pubblico soppianterà le altre.
E continuo a sostenere che non sia poi così importante vedere "Mattia Alari" (o un altro "signor zero", come lo sono io).

Mattia Alari ·

Scusa ma rido del tuo tentativo di ironia, spero dal fondo sinceramente umoristico. Mi dispiace contraddirti (ma anche no) ma la roba con il proiettore l'ho vista eccome!!! Tra un po' pure in realtà aumentata, fai tu! Non sei certo un pioniere di chissà cosa, lo sai! Ho detto altro: se ci fosse stato pure il proiettore, alle presentazioni alle quali sono stato, sarei morto.
La frase non vuol dire evidentemente che non ne ho viste con il proiettore, no? Non di romanzi, ma da storico dell'Arte mi sono toccate lezioni della qualunque proprio alle presentazioni delle opere degli storici locali.
Proiettori. Proiettori OVUNQUE. Testo edito dall'onesta casa editrice locale, colleghi a raccolta ("ti prego vieni, ti prego!!!") e vai con la barba di turno. Ribadisco: ZZZZZZZZZZZ.
Se chiedi loro come sia andata ti diranno che è stato un successo. Ovviamente.
E perdonami ma l'evento che hai descritto non è stato originale per impostazione (e neanche per location)! Suppongo tu abbia avuto molto da dire e la serata sia stata davvero il trionfo che dici ma... non è la regola. Soprattutto con un proiettore davanti (... madonna mia...).
Da quello che ho detto EVIDENTEMENTE mi riferivo alla tua lezione sul contesto storico del romanzo. E quando dici che la gente "ha fame di storia se raccontata bene" diciamo che confermi le motivazioni del successo di programmi divulgativi (di qualità variabile) che molte persone seguono con passione. In genere posso assicurarti che un bellissimo libro di racconti surreali (di un oscuro autore) avrebbe molti più problemi. Anche se bellissimo.
Una bella lezione sulla tradizione della letteratura "magica" e la lista di possibili similitudini con altro, potrebbe non solo ammazzare di noia il pubblico (perché anche quella, bisogna saperla fare) ma rischierebbe di ammazzare il testo nuovo. Un esordiente ha poco da dire di sé: Salve, sono Mattia Alari e questo è il mio primo lavoro. Grazie dell'attenzione!
... Sarebbe imbarazzante. Di cosa dovrebbe parlare, Mattia Alari, del rapporto che ha con la lettura? Delle sue seghe mentali? Fossero quelle di uno scrittore affermato, sono convinto che interesserebbero a vario titolo, ma le mie che hanno di così importante? E chi se ne frega di chi sono, alla fine?

Quanto al resto... è evidente che la modestia non è un tuo problema e buon per te.
Ti credo sulla parola, quando dici di non annoiare nessuno. Molto sulla parola. Era una paura che avevano dei grandi ma evidentemente non è una delle tue. Applausi.

Continuo a dire che le presentazioni servono o per esibire un autore oppure per vendere copie ad amici e parenti. Per fare seriamente, sono più efficaci pagine, pubblicità su blog di livello e attività social dell'autore, finalizzata a farsi conoscere come scrittore e poi a a vendere il libro di turno. Se poi ci sono showmen mancati che amano questo tipo di palcoscenico... Va bene! Ma io, da attore (hobbista) pure con buona presenza scenica (mi dicono) e conversatore piacevole, non ritengo che un autore DEBBA OBBLIGATORIAMENTE darsi in pasto al pubblico di radunati parenti e conoscenti (magari dei parenti). Se dovessi organizzare una presentazione, nel mio caso da "signor nessuno" (e lo faccio presente molto onestamente) il mio pubblico sarebbe costituito da meno di dieci persone perché la mia famiglia è piccola, non ho cugini sparsi in giro, purtroppo molte persone sono morte (o vivono lontanissime da me) e quindi... beh, non si saprebbe chi portarci.
Una cosuccia pratica pratica da tenere a mente, probabilmente. Ma non pensavo che per avere l'opportunità di essere pubblicati fosse anche necessario avere una numerosa famiglia o una pagina con 5000 mi piace ATTIVI.
Si scoprono sempre cose nuove, grazie!

Modificato 30 Gennaio 2021 da Mattia Alari (visualizza storico modifiche)

Mattia Alari ·

Sì, certo... Ma chi ha una pagina simile allora si vende le cose da solo, ad esempio (come giustamente dicevi tu).
Io mi chiedevo se è una condizione che debba esserci (insieme alla famiglia numerosa) per riuscire ad attrarre minimamente l'attenzione di un editore. Perché pare che onestamente tu DEBBA PER FORZA fare certe cose.
Come ho detto: ho una famiglia piccola, sparsa per il mondo, vivo pure altrove (Scozia) porca miseria... potrei scrivere un capolavoro ma non valgo "niente" a priori! Sembra qualcosa del genere, detta in questi termini. O no?

Ammetto di non essere esperta di presentazioni, soprattutto di narrativa. Ho partecipato a poche presentazioni e non conosco bene le dinamiche. Sulla saggistica mi posso esprimere però, avendo avuto esperienza come ascoltatrice, autrice e moderatrice, e devo dire che tantissimo dipende dall'organizzazione (chi organizza l'evento, come viene pubblicizzato e a chi viene pubblicizzato, il pubblico di riferimento). Credo che questo ragionamento, in parte, si possa estendere anche alla narrativa. Per pochissimo tempo, qualche anno fa, ho lavorato in una libreria di catena molto ben inserita nel territorio. C'era un via vai continuo di persone e poi c'erano i fedelissimi, che si intrattenevano con i commessi e, spessissimo, venivano in libreria o chiamavano solo per avere notizia delle future presentazioni. Ecco, a meno di essere un nome noto, quando si presenta un libro bisognerebbe anche appoggiarsi a chi può garantire un pubblico di interessati. È poi chiaro che le presentazioni sono solo uno dei tanti modi per pubblicizzare un libro. La tecnologia in tal senso aiuta.

Aporema Edizioni ·

Grazie mille, @Carlotta, per il tuo contributo alla discussione. 
Ci troviamo d'accordo con ogni singola frase del tuo intervento e perciò non stiamo a citarle tutte. 
In particolare però ci ha colpito questa, perché fotografa molto bene la situazione:

Mattia Alari ·

Colpa mia, pensavo (da quello che avevi detto e come) che si fosse disinteressata dell'evento di cui parlavi.
Ovviamente condivido ma una buona casa editrice dovrebbe anche "controllare" la qualità degli eventi, perché ci rimette la reputazione quindi chiedere almeno come fosse strutturata la cosa era doveroso. Se l'ha fatto, perfetto così.

Non critico chi è più vanitoso o più desideroso di conferme di quanto non sia io. Infatti per me non vi è nessun problema se una persona ama fare presentazioni per sentirsi gratificato e raggiungere una certa notorietà locale (come dici giustamente, non è qualcosa che fa male agli altri e anzi, magari qualcuno gradisce e si spera!). Io però non sono così.
Io vorrei essere un autore di cui nessuno conosce il viso perché... chi se ne frega di come sono?
Quanti autori di talento hanno disagio a stare con le persone ma sono meravigliosi artisti? Avere talento non vuol dire essere "piacevoli". Essere obbligati ad esserlo è deformare qualcuno.

Support Rando ·

Lancio un'amichevole promemoria che recita "i toni, per favore". Non rispondete a questo amichevole promemoria, o smetterà di essere amichevole 

Ciò detto, vorrei dire la mia da semplicissima lettrice, attiva frequentatrice del Salone del libro e dei suoi eventi e persona che ha partecipato a un buon numero (non particolarmente elevato, a dire il vero) di presentazioni. Nel 90% dei casi mi sono annoiata, ma nel restante 10% si annoverano le presentazioni in cui ho conosciuto Laura MacLem (che voi magari non conoscete, è stata a lungo admin al WD ed è tutt'ora una carissima amica) e @Niji di persona 

Però sono eccezioni, appunto. Perlomeno nella mia esperienza.

Mattia Alari ·

Risposta divertente.

I tuoi FAN <--- come hai modestamente fatto presente (e la modestia è il tuo forte) hanno ripreso la tua sagace definizione finemente ironica realizzando un'immagine... che non fa ridere in assoluto, ma che contestualizzata risulta solo essere una tua presa per i fondelli di chiunque, in questa discussione, si sia espresso in modo opposto rispetto alla tua santa idea.
Vedi, Alex, anche se probabilmente vorresti diversamente... la tua opinione "da editore" non è assolutamente superiore a quella di un autore qualunque. Per questo motivo, la tua umoristica (in qualche misura) divisione in categorie autoriali resta un esercizio di spirito quando è generica, ma quando si abbatte su qualcuno per ciò che esprime, cessa di essere tale.
Il fatto di chiedermi se fossi "permaloso", prima di inserire l'immagine, rende ancora più evidente la tua volontà di "offendere" ("fare ironia", se preferisci) su qualcuno che diventa "scemo" (perché il tuo autore gnegnè è uno scemo) solo perché ha un parere diverso dal tuo. Di conseguenza, è palese che il permaloso non sia io. Non so... la mia colpa è stata non restare impressionato dal racconto della tua performance con proiettore? Perché bastava dirlo!

Mattia Alari ·

E' proprio sulla questione della DIVERSITA' che possiamo essere d'accordo, perché alla fine pretendere che l'autore faccia sempre allo stesso modo non è rispettare la sua diversità. Sono poi d'accordo, l'ho già detto, con quello che dici a proposito della gratificazione che si può trarre da una presentazione: poca. Se poi ci sono persone del settore o anche spettatori che confermano le mie impressioni di NOIA MORTALE MEDIA e sostanziale inutilità...
Beh, diciamo pure che il mio parere (che sono sempre disposto a mettere in crisi con il confronto) ne esce sempre più rafforzato.

Tempo fa ho creato, per puro divertimento, una sorta di "fenomenologia degli autori", che ho provato a suddividere in diverse categorie del tutto fittizie. L'ho postata sul nostro blog, sul writer's dream, su facebook e anche qui - come ben sai - proponendo anche un sondaggio, ma sempre per scherzarci sopra. 
I criteri attraverso i quali ho inserito un autore in una categoria piuttosto che in un'altra sono quindi del tutto personali e non pretendono certo di avere una validità scientifica o sociologica. C'è chi si è riconosciuto in una o più categorie, chi in nessuna, chi (poco o tanto) ne ha riso e chi - come sempre succede - si è incazzato. 
Quindi se mi chiedi "in base a cosa" ho inserito un autore in una categoria piuttosto che in un'altra, la mia risposta è in base alla mia strapersonalissima, e per nulla obiettiva, visione del mondo editoriale, tutto qui. Il dissenso rispetto alle altrui opinioni non c'entra proprio nulla, né per questa, né per altre questioni.
Faccio inoltre presente che l'immagine che ho postato poc'anzi, non è mia, ma è tratta da una pagina facebook (l'autore gnè gnè) di cui non mi occupo e i cui amministratori hanno sì preso in prestito la mia definizione, ma l'hanno pure modificata: per me l'autore gnè gnè era solo quello restio a impegnarsi nella promozione; per loro è anche quello che non ne vuol sapere di imparare a scrivere meglio e non accetta le critiche, nemmeno quelle sacrosante. Quindi, come vedi, anche con loro sono in disaccordo.
Poi, intendiamoci, non voglio fare la parte di quello che lancia il sasso e poi nasconde la mano: se non avessi trovato l'immagine divertente non l'avrei postata qui.
Tu invece non l'hai trovata per nulla spiritosa e parli di "prendere per i fondelli malamente".
Legittimo. Ne prendo atto e mi dispiace, ma non si può pretendere di far piacere a tutti o di far divertire tutti.
C'è chi ride per Charlie Chaplin, chi ride per Stanlio e Onlio, chi ride per Woody Allen, così come c'è chi ride per Cochi e Renato, per Lino Banfi e persino chi, quando vede Fantozzi, non ride affatto e si commuove...
E infine c'è chi proprio non ride mai.

Ilaria Mainardi ·

Per me servono molto, se fatte di persona (e spero che si possano rifare presto, perché significherebbe che la situazione globale è migliorata). Credo questo, non solo perché il "tasso di conversione" è alto, nel senso che chi partecipa in genere compra il libro, ma anche perché si possono instaurare rapporti nuovi, possono nascere collaborazioni ecc. Insomma, sono ancora ottime opportunità.
Penso però che si debba rinunciare alla passerella di fronte a parenti e amici: il pubblico deve essere il più possibile esterno alla nostra cerchia. Chi già ci conosce ha mille modi per sapere della nostra pubblicazione, è chi non ci conosce che dovrebbe essere il nostro principale obiettivo. Per questo credo che le presentazioni vadano fatte in luoghi frequentati dai lettori: librerie, in primis, ma anche biblioteche o circoli culturali. Ci possono essere eccezioni, in base all'argomento trattato dal romanzo. Ogni autore, in sinergia con la casa editrice, dovrà stabilire cosa è meglio per la sua specifica opera.

Sono invece convinta che le presentazioni on-line, molto in voga per causa di forza maggiore, servano fino a un certo punto. Oppure, dico meglio, a me non piacciono granché. Ho provato a seguirle e la maggior parte delle volte, a meno che non conoscessi l'organizzatore, mi sono distratta dopo pochi minuti, ho dimenticato il titolo del libro e talvolta persino il nome dell'autore. Il problema è legato al multitasking, tipico dell'on-line: mentre si guarda - o ascolta - la presentazione, si stira, si risponde a una mail, ci suona il corriere. Insomma, l'attenzione non riesce a focalizzarsi come avverrebbe in un luogo fisico in cui ci troviamo non per caso. Non è responsabilità dell'autore o di chi modera, penso sia proprio la fisiologia del mezzo.
Ribadisco: è il mio solo e umilissimo parere e non escludo di poterne fare. Però cercherò, alla luce di queste considerazioni, di trovare formule che mi sembrino più efficaci. 

Mattia Alari ·

Io invece non sono un autore gnegnè in nessun senso della definizione.
Ma se un autore gnegnè diventa pure chi non considera le presentazioni positivamente, è solo voler offendere. Ah, no... OPS. "Fare ironia". Ma sì, prendiamola con spirito.

@Wanderer scriviamo una FENOMENOLOGIA dell'editore. Potrebbe essere anche più interessante!

Mattia Alari ·

 E però un medio piccolo editore può avere un medio piccolo autore (se non del tutto esordiente) quindi il risultato è esattamente quello: il professorone che stende la gente con la pippaccademica e lo sconosciuto intervistato sulla sua ispirazione. Onestamente: chi se ne frega.
Io leggo la trama, vedo se mi interessa, e compro. Sono un lettore di poche pretese? SONO UN LETTORE DI GRANDI PRETESE e anche piuttosto "forte". E pensando a me, che i libri li leggo e compro (quelli di piccole case editrici più di altre proprio per i titoli) penso che che molti avranno un approccio di questo tipo.
E magari proprio la gente che mi piacerebbe riuscire ad "avvicinare" come autore. A me non frega niente dell'approvazione del mio condominio o che in paese si dica "ah, ecco l'autore di XX" che poi, regolarmente, non legge nessuno.

Valente ·

Sono pienamente d'accordo, lo schema è questo, purtroppo, si ha davanti un pubblico che non ha letto il romanzo e bisogna trattare le tematiche principali del romanzo senza poter disquisire sui protagonisti della storia.

Io mi sono fatta accompagnare da altri artisti emergenti in campi diversi dal mio, in particolare musicisti, per colmare le pause o accompagnare le letture dei testi. Mi piace questa forma di unione, dove si tenta di mettere al centro le inventive e le capacità espressive di una professione, facendo dialogare tra loro discipline diverse, in modo da fonderle per uno scopo unico ovvero la promozione della cultura.

Naturalmente, poi, le presentazioni assumono degli aspetti diversi quando si tratta di un libro auto pubblicato o edito con una casa editrice, nella seconda ipotesi, l'autore avendo ceduti i diritti di sfruttamento commerciale dell'opera, deve appoggiarsi alle iniziative dell'editore oppure proporre di nuove, ma tutto resta legato alle disponibilità che gli vengono concesse.

Mattia Alari ·

Assolutamente d'accordo. E senza prendere per i fondelli (o insultare) chi la pensa diversamente.

E' comunque abbastanza triste prendere atto che le esigenze di autori ed editori non coincidano, perché teoricamente si dovrebbe cercare di vendere un libro!
Continuo a dire che dovrebbe esserci una certa differenza tra chi si piazza da solo e chi ha una casa editrice, ma se la differenza sono le presentazioni... Non è granché.
Voglio pensare che ci sia molto altro e che una casa editrice, lo ripeto, possa andare incontro alle esigenze del suo autore senza metterlo in croce (o in situazioni imbarazzanti, come quelle che ho visto).

Ilaria Mainardi ·

Un editore che delega tutte queste cose all'autore non svolge il proprio lavoro, ma un autore che non si rende conto che limitarsi a scrivere, in un mercato saturo di libri e ben poco saturo di lettori, sia pura utopia dovrebbe forse ripensare alla propria strategia. La promozione si fa in collaborazione con l'editore, non da soli. L'editore da solo oggigiorno può fare davvero poco. 

greenintro ·

Penso che il successo delle presentazioni dipenda molto dal luogo in cui si sceglie di tenerle. Sarebbe opportuno scegliere luoghi, o sulla base della tipologia dell'edificio in sè, o comunque in vicinanza di zone solitamente frequentati da un pubblico potenzialmente interessato al libro. Quest'ultimo accorgimento è in particolare rilevante per la saggistica: sarebbe importante scegliere città e zone il più possibili attinenti alle università, cioè gli spazi entro cui è più facile trovare ascoltatori interessati. I pochi presenti alla mia, al momento, unica presentazione, erano studenti universitari chiamati dalla professoressa che mi ha seguito come tutor della mia tesi di dottorato, che era la base (poi leggermente rivisitata) del mio libro, e presente come relatrice all'evento. Per quanto riguarda la tipologia del luogo in sé, immagino che spazi fecondi, indipendentemente dal genere, possano essere librerie e biblioteche, mentre per quanto riguarda specificatamente la saggistica, opportuna potrebbe essere la scelta di centri studi legati al tema del saggio, aule universitarie, ma anche locali in qualche modo soliti ad ospitare eventi culturali di questo tipo, come fu, nel caso della mia unica presentazione, un bar/enoteca gestito da miei conoscenti, che oltre a presentazioni, ospita circoli di conversazioni filosofiche, appoggiandosi, per l' appunto, alla vicinanza con la zona universitaria della città. Un'altra opzione, valida per qualunque genere letterario, sarebbe organizzare la presentazione nella città (meglio se non troppo grande) di nascita o residenza dell'autore. Nella città dove si è nati, cresciuti, fatto le scuole, si dovrebbe sempre trovare un pubblico interessato fatto di amici, conoscenti, ex compagni di scuola, che, indipendentemente, dalle tematiche del libro, avrebbero piacere e curiosità del rivedere e riascoltare l'autore personalmente conosciuto.

Non so se l'accoppiata autore-correlatore sia considerabile come "schema classico", nel caso della mia presentazione eravamo in tre a parlare, io, una professoressa e un ricercatore, e abbiamo impostato il programma come "chiacchierata" fra noi, aperta a interventi dal pubblico (ahime molto ristretto), evitando lunghi monologhi, per quanto riguarda il rapporto con la casa editrice, mi pare di ricordare di essermi limitato ad avvertirli dell'evento, ma in alcun modo è entrata nell'organizzazione, poi c'era sempre la possibilità di usufruire della copertura di una tv legata alla casa che avrebbe ripreso un evento direttamente organizzato da questa, ma, almeno per il momento, non mi sono sentito, probabilmente per timidezza, di sfruttare l'opzione.

Al di là della potenziale utilità, le presentazioni credo siano, almeno solitamente, una bella esperienza da vivere, al netto del carico della tensione che comporta nei momenti immediatamente precedenti (che io ho sentito molto, sia perché era la mia prima volta, sia perché sono emotivo di mio). Credo ci sia sempre soddisfazione nel trovare i temi del tuo libro, su cui tanto si è riflettuto e lavorato in solitudine, acquisire una visibilità pubblica, al netto dell'effettivo numero di ascoltatori, trovare persone che si interessano e ne discutono, è un riconoscimento che giustamente diventa motivo di orgoglio.

Aporema Edizioni ·

Anche questa è una triste verità, soprattutto se riferita alle piccole e medie CE, anche se pure le Big spesso hanno problemi simili.
Invitiamo tuttavia gli utenti, intenzionati ad approfondire tale questione, ad aprire una discussione separata, che tratti di promozione e di collaborazione tra CE e autori in generale, perché le presentazioni costituiscono solo una parte - importante ma non esaustiva - della questione.

Mattia Alari ·

... Sarebbe molto interessante sapere in base a cosa (possibilmente solo in base al fatto che si ha un parere diverso dal tuo) definisci chi non ama le presentazioni un autore GNEGNE', di fatto prendendo per i fondelli (malamente) chi pure ha le sue ragioni e può spiegarle. Sicuro di non essere TU permaloso? 

Mattia Alari ·

Ecco, abbiamo pareri opposti. E il fatto che tu dica "al di là della potenziale utilità", citando il pubblico ristretto di amici, parenti e conoscenti (della cittadina in cui si abita) purtroppo dà ragione a me sulle presentazioni.
Sono qualcosa che molti autori desiderano perché pensano si tratti di una sorta di "consacrazione pubblica" ma... Non la penso così.
Io non sono un emotivo, tu hai detto di esserlo, e diversamente da molti reggo benissimo il pubblico. Ma non provo questo tipo di "soddisfazione" (o addirittura "orgoglio") nel chiacchierare "su di me" di fronte a trenta persone (o molto meno) che mi conoscono, né mi sentirei "più autore" dopo una cosa del genere. La mia soddisfazione personale sarebbe far leggere qualcosa di mio a prescindere da me. Andare molto più lontano che sotto casa mia.
Mi piace l'ombra, mi piace che quello che faccio non sia influenzato "da me" e da chi sono o come sono.
Lo trovo molto superficiale, personalmente. E superfluo, quando si tratta di uno sconosciuto.

Quindi continuo a dire che capisco di più le presentazioni fatte da gente "nota". Hanno un'effettiva utilità e lì... vendi.
Se arriva dal nulla Mattia Alari con il suo libro, onestamente verrebbero a vederlo quattro sfigati (due, nel mio caso) che lo conoscono e poi? Qualcuno contattato all'ultimo per fare numero in una sala quasi sempre vuota?
Come ho detto è il mio punto di vista in merito e non intendo certo imporlo.
Ma ancora non mi è stata mostrata l'evidenza del mio "errore" in merito. Anzi. Ogni commento che arriva, mi rende più sicuro della mia opionione.

P. S. : Una casa editrice che si disinteressa del libro non è granché professionale.
I commenti sopra sono di persone che, pensandola diversamente da me, hanno affermato (come editori) che le presentazioni vanno assolutamente seguite e organizzate dall'editore. Ciò dimostra, giustamente, che chi pubblica deve sostenere il suo autore e questo è un modo di farlo. 

greenintro ·

Difatti non c'è alcun errore, come detto, si tratta di diversi punti di vista, consistenti in diverse aspettative ed esigenze in relazione al proprio lavoro. C'è chi ha piacere ad acquisire una seppur limitata notorietà presso un certo pubblico nel corso di presentazioni, anche al di là dell'effettivo utilità pratica/economica, e chi invece non ha interesse in ciò, non trovo un approccio oggettivamente migliore di un altro. Magari il piacere che provo all'idea di poter fare presentazioni può essere visto come narcisismo o vanità, può benissimo essere, in ogni caso, non essendo un "vizio" che fa del male ad altri, sarebbe una debolezza tutto sommato tollerabile, un peccato veniale, è qualcosa che riguarda il rapporto con me stesso.

Per quanto riguarda la professionalità delle case editrice, a mio modestissimo parere, la professionalità sta nella disponibilità a organizzare presentazioni in accordo con l'autore, non nell'imporre all'autore, qualora lo volesse, di muoversi per conto proprio e accordarsi liberamente con i gestori del locale e con i relatori dell'evento, al di fuori delle modalità organizzative della casa. Un autore "obbligato" a fare solo presentazioni organizzate dalla casa editrice mi pare diverrebbe più simile a un lavoratore dipendente che ad un libero professionista, quale dovrebbe essere, autonomo nel valutare anche modalità organizzative diverse da quelle standard della casa, sulle base dei suoi desideri. Quindi non vedo un vulnus nella professionalità di una casa editrice lasciare all'autore la possibilità di fare presentazioni non da essa organizzate (nel mio caso ho comunque provveduto ad avvertirla dell'evento e loro hanno confermato la disponibilità a vendere copie del mio libro a prezzo scontato per metterle a disposizione dei partecipanti).

Dal punto di vista personale ho seguito presentazioni bellissime e illuminanti. Devo dire soprattutto si saggistica o su temi molto precisi. per quanto riguarda la narrativa sono spesso andata a presentazioni di autori che seguivo già e so che non mi ammazzavano di noia. Mi sono capitate anche presentazioni noiosissime (era una trappola!), ma le esperienze positive sono più di quelle negative. 

Come ufficio stampa: da organizzare possono essere una grandissima rottura se non si collabora tutti come si deve. Il libraiə deve risponderti per tempo, essere veramente interessato, fare un minimo di promozione e ordinare i libri (no, non è scontato). 
L'autorə deve darti un minimo di disponibilità, non bucare le presentazioni (successo), non ammazzare il pubblico di noia. 
Se unə autorə non se la sente sono la prima a dire di lasciare perdere, troviamo altri modi. 
Rimango dell'idea che fare un po' di formazione per parlare in pubblico, autorə e non, sarebbe buona cosa.  

I lettori? Dipende. Intanto ci sono? Noi pubblichiamo soprattutto emergenti, quindi tanto conta la comunità della libreria (che secondo me è abbastanza imprescindibile per la sopravvivenza di un'attività simile). 
Abbiamo fatto presentazioni con autori che venivano dall'altra parte di Italia senza che venisse UNA persona, nonostante la promozione fatta. È capitato che venissero poche persone ma che quasi tutti prendessero il libro. È capitato di tutto. Di sicuro è sempre bellissimo incontrare lettori, librai, persone con cui comunque ti sei guardato in faccia. 

Altra cosa che tira (oltre al grande nome) è il tema: la presentazione di un romanzo senza un tema specifico (sociale ad esempio) è più complicata da proporre rispetto a un saggio a tema (tipo le presentazioni di I nerd salveranno il mondo sono andate benissimo, Dietro la scena del crimine idem)

Dirò una cosa poco popolare, frutto dell'esperienza decennale in editoria: le presentazioni, quelle vere (nude e crude) servono solo se si ha già un nome.
Il resto è quasi sempre un espediente, più o meno allegro, per celebrare l'autore nei propri luoghi del cuore.
Cosa funziona, invece? Parlare di altro, dare contenuti, creare eventi... dove solo alla fine, quasi per caso, si parla del libro ;)

Valente ·

La discussione si è fatta interessante e ringrazio @Ayame per l'intervento di moderazione. Spero anch'io che i toni restino rispettosi, ricordando che "gne gne" viene usato per screditare qualcuno, risultando più un'offesa tra bambini ed è bene non utilizzarla, inoltre, solo un troll potrebbe venire su un forum letterario a deridere gli scrittori con messaggi irritanti e fuori tema. Confido, quindi, in un maggior buon senso. Tornando invece in topic, reputo che le opposte considerazioni hanno un fondo di verità, per i non favorevoli segnalo anche un articolo del "Il giornale", dove le presentazioni vengono indicate come una farsa:

https://www.ilgiornale.it/news/presentazioni-dei-libri-farsa-che-non-fa-ridere-1178725.html

Penso, però, che occorra un giusta pubblicità per presentare un libro ai lettori e scegliere poi bene il luogo d'incontro. Io, ad esempio, ho partecipato a delle iniziative culturali promosse anche dai comuni, una aveva il titolo "Leggo per legittima difesa", dove, in serate diverse, venivano organizzati degli incontri culturali in piazza. Importante, quindi, avere delle persone che sanno organizzare degli eventi e possibilmente cercare altre associazioni disponibili a proporre temi letterari.

In TV mi sembra che funzionava bene la trasmissione "Per un pugno di libri", coinvolgere anche gli alunni delle scuole può essere un ulteriore momento di condivisione.

Mattia Alari ·

Non sono io che ho fatto ironia su chi la pensa diversamente da me, quindi la tua precisazione è un po' superflua.
Non ho scritto una riga contro chi vuole farle, solo mosso fondate perplessità sia sulla loro efficacia economica che sul loro senso assoluto (ovviamente quando si parla di esordienti).
Il problema, Ophelia, è che "renderle meno autoreferenziali possibile" non è abbastanza perché le presentazioni di esordienti lo sono e sul nulla e per questo sembrano manifestazioni di egocentrismo molto provincialotto e non altro, occasioni per mettersi in mostra davanti alla propria limitatissima comunità locale. Scena già vista: l'illustre sconosciuto si fa intervistare dal professore dell'università di turno o dal giornalista pubblicista locale, che lo trattano come una celebrità che non è, mentre parenti e amici guardano l'orologio e chiedono se almeno ci sarà un buffet (!!!!) alla fine. In questi casi, la noia è assicurata novantanove volte su cento. E spesso la centesima succede qualcosa che non dovrebbe succedere, finisce in risate (amare) e non ti sei annoiato perché purtroppo è andata anche peggio di quanto si potesse immaginare. Non vorresti qualcosa del genere? Neanche io.
Ma se non hai un personaggio e la casa editrice è piccola, come la organizzi?
E dimmi, con un esordiente BRAVISSIMO ma con un carattere singolare e senza un grande giro di conoscenze cosa fai, decidi di non pubblicarlo a priori o trovi altre soluzioni?
Come ho detto, liberissimi di fare le presentazioni anche nella sala della parrocchia di paese (se capita quella) o nel teatrino scalcinato della scuola o nell'unica libreria che sia più di dieci metri quadrati (che sarebbero, molte volte, d'avanzo) ma per me, una presentazione con trenta (e sarebbero già un successone) persone raccattate tra amici e parenti dell'autore, del libraio, dell'editore e magari pure presi per strada (perché ho visto roba del genere) non ha senso ed è quello che può tirare su un esordiente medio.

Ecco, non credo che questa roba sia particolarmente significativa per ciò che riguarda la vendità del libro.
Perché tanto si parla di quello e continuo a pensare che le presentazioni non vendano come altro.
 

Ilaria Mainardi ·

Ho detto anche altro, nel primo intervento, spiegando perché credo siano ancora un buon mezzo di promozione, ma non solo.

Non volevo spiegare il senso del post, ma siccome a un certo punto hai parlato del valore del testo, accantonato, a tuo dire, se non ci si rende disponibili per le presentazioni, mi premeva sottolineare che nessun ha parlato di qualità del testo, immagino perché la si sia data per scontata. 

A meno di accordi contrattuali precisi, non credo che fare o non fare presentazioni sia conditio sine qua non per pubblicare. Ci sono autori che preferiscono stare sui social, altri che collaborano con blog e possono farsi recensire con maggiore facilità ecc. 

L'intervento di @AdrianoStrinatimi sembra molto interessante: servono ai lettori? Nella mia esperienza sì, non sono indispensabili, ma servono. Però è un punto di vista interessate - specie capire quando le ho trovate più interessanti - sul quale rifletterò. 

Mattia Alari ·

I toni dell'intervento di Ophelia nei miei confronti me lo avevano fatto sospettare. E' stata un'entrata per difesa e l'antipatia verso di me era quanto meno palese.

Il suo intervento è stato più che lecito e corretto ma far presente la cosa è più "divertente" della foto gnegnè.

La domanda nel titolo del topic è volta a capire l'utilità, se non l'indispensabilità, delle presentazioni. Si è discusso di quanto servano o non servano agli autori e agli editori. Non sono un autore e non sono un editore, quindi non mi lancio in considerazioni su un campo che non mi ha visto coinvolto finora.

Servono però al pubblico? Nella mia vita da lettore ho assistito, a spanne, a una quarantina di presentazioni, sia di autori dal nome roboante, sia di amici esordienti e non, ma comunque perfetti sconosciuti. Le ho trovate nella quasi totalità tendenti alla sterilità e all'autoincensamento, per di più condotte – in media – senza mordente. Con o senza proiettori. Il numero di spettatori spesso non superava la decina, tranne in quei casi in cui l'autore era un nome noto e l'evento si teneva durante una fiera. Alla fine ho comprato solo i libri degli amici, in queste presentazioni, quelli che avrei acquistato in ogni caso.

La mia esperienza specifica non si può generalizzare, chiaramente. Ho fornito un punto di vista sulla questione, soprattutto in virtù del fatto che i panni del pubblico si vestono, nei ragionamenti, meno volte di quanto si faccia per autori ed editori.

Aporema Edizioni ·

Chiedo venia. Ho letto il tuo intervento, ma non ho letto la citazione iniziale, che si riferiva ad altri.

Ilaria Mainardi ·

Le presentazioni che ho fatto sono state in libreria e non era previsto un pagamento. Dato il luogo, non c'era buffet, ma veniva svolta solo la presentazione del libro. 

Altri forse potranno dire in modo più approfondito per altre tipologie di presentazioni. 

Valente ·

No, non è ridicolo. Io apprezzo molto le copie autografate anche di autori sconosciuti, innanzitutto, in quanto auguro loro, comunque, di avere successo (nessuno potrà mai dire il contrario in senso assoluto) e poi perché la copia, oltre ad essere unica, emana anche un certo calore umano.  È sempre un'emozione trovare il proprio nome scritto dalla penna di un'artista e sono cose che non vanno ridicolizzate, anzi, bisogna mettere la stessa passione anche quando ci viene richiesto di lasciare una dedica per un nostro libro. 

Mattia Alari ·

In realtà si sta parlando pochissimo di buoni libri e molto di più di disponibilità fisica dell'autore ad andare in giro a presentare e quindi della qualità media delle presentazioni.

Ma è ovvio il tuo punto di vista quindi continuare a ribadirlo "contro" non ha senso. Io non ho detto nulla contro di te o altri che gradiscono la cosa.

greenintro ·

Questo è effettivamente un problema. Nel mio caso la questione è stata, in sede di "pianificazione", quella più trattata. La mia relatrice, docente universitaria ha sollevato il rischio di annoiare il pubblico, e ha suggerito di evitare lunghi discorsi, in favore dell'impostare l'evento come conversazione libera a tre (autore e i due relatori), costantemente aperta gli interventi del pubblico. Al di là del problema della noia, questa modalità incontra decisamente le mie preferenze, svincolandomi dal dover preparare lunghi monologhi, e trovando negli stimoli liberamente improvvisati del botta e risposta i contenuti al momento considerati più importanti, spezzando l'aura di formalismo e consentendo una maggiore libertà di espressione delle idee al di là degli imbarazzi accademici, sia per me che, anche, credo, per gli ascoltatori. Da notare il fatto che il suggerimento sia stato caldeggiato da una docente universitaria, cioè da una persona il cui lavoro quotidiano è proprio l'interazione col pubblico, e che nella sua esperienza dovrebbe aver appreso tutti i trucchi del mestiere per mantenere l'attenzione dell'uditorio, cosa che certamente può anche rientrare anche nelle abilità di un incaricato di una casa editrice organizzatrice, ma che, immagino, sarebbero in quest'ultimo caso esercitate in modo più saltuario rispetto a un docente. Il che mi porterebbe non, rispondendo a @Aporema Edizionie ad altri, a negare tout court l'utilità dell'esperienza professionale editoriale nelle presentazioni, ma a negare la "conditio sine qua non" del loro intervento per la buona riuscita dell'evento, considerando l'apporto dei consigli che all'autore può dare chi tra i suoi conoscenti, amici, colleghi ecc. da un lato ha letto il libro e ne conosce le tematiche, dall'altro ha una sistematica esperienza di rapporto col pubblico.

Mattia Alari ·

Sono commosso che tu stia arrivando a spiegarmi il senso di una conversazione che sto portando avanti IO da giorni. Ti ringrazio della gentilezza, ma c'ero arrivato.
Questa discussione è originata da un'altra: usare pseudonimi o nomi d'arte è accettabile o meno? L'obiezione maggiore è stata "l'anonimato di un autore non può essere rispettato perché è DEVE fare le presentazioni e quindi il pubblico vuole sapere CHI sia".
Ma davvero? Un esordiente? Io temo che l'esordiente voglia far sapere chi è, anche se alla gente non frega niente.
Da qui si è passati quindi a discutere dell'effettiva efficacia commerciale delle presentazioni.
Non si è "cominiciato a parlare", ma è proprio l'argomento della conversazione.

Per me (e altri) servono molto meno di quello che molti dicono in quanto un autore esordiente non ha (ancora) molta gente attorno.
Per altri sono FONDAMENTALI (e cito altri interventi).
Parlare di cosa siano effettivamente le presetazioni, a parte le fantasie dei poveri autori, è ciò che stiamo facendo adesso.
Giusto per fare il punto.
Si è capito che tu sei pro sempre e comunque. Andrai a fare le tue, come hai detto.

Aporema Edizioni ·

Scusa se interveniamo, @Wanderer, ma essendo tra gli editori presenti in questa discussione, riteniamo doveroso precisare, a beneficio tuo e degli altri utenti, che @greenintronon ha pubblicato alcun libro con la nostra casa editrice.

greenintro ·

No, difatti. Per il futuro, chissà! Un saluto

Ilaria Mainardi ·

Comunque mi pare che nessuno abbia detto questo. Essere favorevoli alle presentazioni implica, per me, che si presenti un buon libro, condizione imprescindibile per la pubblicazione. 

Sul resto del discorso, boh, siamo diversi e abbia impressioni diverse, dunque mi pare inutile controbattere ancora. Ognuno resterà del proprio avviso e ok così.

Valente ·

Io da lettrice, in caso di interesse per un libro cercherò di andare anche a una presentazione per scoprire qualcosa in più, quasi fossero come avere dei "contenuti speciali" di un DVD o degli "Easter egg" (contenuti speciali) usati come strumento di marketing. Distribuire anche dei gadget, come ad esempio dei segnalibri a tema, può essere utile.

Frequentando poi degli ambienti letterari si può venire a conoscenza anche di eventi non conosciuti, ai quali si può partecipare anche solo per curiosità e magari fare degli incontri interessanti.

Aporema Edizioni ·

Non voglio suonare come un disco rotto, ma lo ripeto: il discorso del gioco di squadra e della collaborazione tra autore ed editore, pur comprendendo anche la questione presentazioni, ne coinvolge parecchie altre. Io consiglierei ad @Ayamedi aprire una discussione a parte.
In questa mi sembra che le posizioni siano ormai ben delineate e non abbiamo bisogno di ulteriori chiarimenti.

Ilaria Mainardi ·

Il mio libro con Aporema non è ancora uscito, però! E ho fatto (e, spero, farò) presentazioni con altri editori che non sono iscritti al forum!
Se non fossi d'accordo potrei scegliere se dirlo comunque in modo garbato (come è successo in altri lidi, su altri argomenti) o soprassedere. 

Invece credere che sostenga cose perché sono "di parte" non mi sembra gentile.

Ilaria Mainardi ·

Questo perché l'argomento sono le presentazioni. La qualità del testo si vaglia in fase di selezione e credo che nessuno la voglia mettere in dubbio. 
Dando quello per prerequisito senza il quale non ha molto senso pubblicare un libro, si è cominciato a parlare di una modalità di promozione che è appunto la presentazione dal vivo. 

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